Certe sere all’Ospedale Ippocrate di Pietramelara, sembrano non finire mai.
La signora Teresa del piano maternità mi aveva fatto l’occhiolino, mentre davanti al camerino mi infilavo il camice. “Allora, ce l’avete lo spumante da stappare a mezza notte?”. Io nemmeno sapevo che si potesse brindare, lì dentro, dove la gente sta male e si lamenta a tutte le ore. Feci un risolino. La signora Teresa aveva lasciato l’ufficio per il reparto maternità, e quello che succedeva a cardiologia, forse se l’era dimenticato. Al signor Panciotti faceva male la testa, e la signora Lina, quella si ricordava di lamentarsi ogni volta che vedeva un infermiere in corridoio passare avanti alla porta della sua camera. Ai signori Punzi e Cacace, a una cert’ora scappava la cacca. Di solito era senza preavviso, o quando stavo per prendere sonno. Facevano squillare le sirena a turno, e a volte anche insieme, proprio per non farmi sentire solo. Quella notte, era la mia notte, il che significava che dovevo stare sveglio e pimpante. Dorotea, la più giovane del mio reparto, aveva già messo il caffè nel termos. “Stasera viene Babbo Natale”, mi disse, ridacchiando di gusto. “Ah, davvero? Tu però vatti a riposare, che qui me la vedo io”. Dorotea, però, stava leggendo un libro giallo che l’aveva talmente appassionata da non riuscire a staccarsene. “Adesso leggo un po’, poi a mezza notte brindiamo!”. Feci sì con la testa, ma rimasi scettico per la seconda volta. Passai per il bagno a lavarmi le mani. Ero quasi pronto ad iniziare. Funelli mi porse un asciugamano bianco e mi sorrise trionfante. “Stanotte al piano di sotto si deve festeggiare!” “Funè, e i malati dove li mettiamo? A tagliare a fette il panettone?” “E’ una buona idea. E poi, scusa, di che ti preoccupi? E’ la notte di Natale, pensi che qualcuno potrebbe star male proprio oggi?” “Soprattutto oggi, dopo l’abbuffata!”. Funelli mi guardò storto. Avrebbe dato chissà che per continuare il cenone insieme ai suoi parenti, quella sera, e assaggiare gli ultimi manicaretti della sorella.
Arrivati a questo punto, una cosa ve la debbo confessare: a me, il Natale, non è mai piaciuto. Non mi piacciono gli alberi morti, le renne ammaestrate e i regali costosi. Il ciccione che sbuca dal tetto, quello, poi, non lo posso vedere. Anzi, da piccolo avevo il terrore che i ladri entrassero dal caminetto, se ci riusciva quel grassone con la barba! Mia madre e mio padre cominciavano a preoccuparsi: un bambino che non ama il Natale! Non s’era mai visto prima. “Vediamo allora se ti piace la befana!”. Ma niente da fare, anche quella brutta vecchia che mette carbone nelle calze puzzolenti della mamma, no, proprio non mi poteva stare simpatica. Mentre mi perdevo in questi pensieri, mi accorsi che Funelli mi guardava inebetito, e mi poneva il palmo della mano. “Per lo spumante sono due euro!”. “Cosa? Ma se sono astemio!”, sbottai. Perché, ve lo confesso, di norma, sono anche un po’ tirchio. E poi, perdonate, ma allo spumante, non ci dovrebbe pensare Babbo Natale?
Lasciando Funelli davanti alla porta del bagno, a mani vuote, mi recai dai miei pazienti, a fare un giro di controllo. Ogni volta, qualche cosa mi faceva andare in collera, soprattutto quando mi accorgevo che allo scadere del turno pomeridiano erano state distribuite certe pilloline per agevolare i pazienti nell’andare in bagno. Peccato che quelli del turno successivo, in questo caso il sottoscritto, si trovassero poi nella brutta situazione di soccorrere coloro che al bagno non ci erano arrivati, dato l’effetto inequivocabile ma imprevedibile di queste pilloline.
“Voi non ve le dovete prendere tutte le volte, queste pillole.”
“Ma dottò, e come faccio ad andare ad evacuare?”
“Dovete aspettare. Un poco di pazienza. Se no, ecco qua: vi fate sotto. E poi, chi vi deve pulire?” “Voi, dottò”
“Eh. E non mi chiamate dottore…”
Dopo questo buon giorno, anzi buona notte, che quasi tutte le volte mi capitava di subire, feci capolino nella stanza dove la signorina Dorotea aveva lasciato cadere il libro sulle ginocchia e calato già le palpebre.
“Dorotea! Dorotè!”
“Eh, che c’è?”
“Ma che fai, dormi? Non lo aspetti a Babbo Natale?”
“Eh…ma quello, se stiamo svegli, non viene!”
“Eh sì, che dici, mo invece di mettermi a lavorare, mi metto a dormire pure io, così se a qualcuno ci viene una mossa…”
“Eeeeh! Tiè!”
Ogni volta che dicevo qualche cosa che non le piaceva, Dorotea faceva le corna e urlava così, e poi diceva che portavo seccia. Non sia mai poi la previsione si fosse avverata, la colpa diventava mia che avevo fatto il malocchio. E io, per discolparmi, ho sempre cercato di spiegare che siamo in un ospedale, la gente è malata, piange, si dispera e a volte muore. Ma a quanto pare, quelli che lavorano all’ospedale Ippocrate di Pietramelara, a volte se lo dimenticano, oppure soltanto non se ne rendono conto. Io sono stato sempre una persona molto razionale. Anche da piccolo, quando mia madre per sgridarmi mi diceva: “Ti do’ uno schiaffo che ti faccio volare”, io le rispondevo che non era possibile, perché noi umani non possiamo volare. Mia moglie, quando glielo racconto, mi ripete spesso che ero un bambino con poca fantasia. Io invece credo che non fosse così: quando giocavo con i soldatini, riuscivo a inventare guerre bellissime in cui i capi di Stato scendevano in campo in prima linea, davanti ai soldatini e pure a quelli a cavallo, mica come nella realtà!
Di sotto si sentì una sirena, ed era già la terza. Pensai che Franchi non se la doveva passare molto bene lì al Pronto Soccorso. Non doveva essere piacevole per la famiglia avere un parente che si sentisse male a Natale. Poi, invece, mi dissero che era un barbone con una bronchite, uno che la famiglia non ce l’aveva, o se ce l’aveva, chissà dove stava. “Ecco il vostro ciccione barbuto, è caduto nella cenere del camino?”, pensai. Ma mi morsi le labbra. Intanto mancavano venti minuti alla mezza notte. Dorotea era già in fibrillazione. “Tu non ci credi, che viene Babbo Natale? E allora, giochiamoci una pizza!”. A me non piace fare scommesse davanti ai pazienti, lo trovo diseducativo. In verità, io non scommetto mai, neanche per gioco. In caso di sconfitta, sono uno preciso, io, e la cosa mi costringerebbe a pagare. Qualche minuto dopo il cellulare cominciò a trillare: era mia moglie Mara. Cercai di liquidarla in fretta per gli auguri, mentre lei si affrettava a passarmi tutta la famiglia. Anche la zia Pinuccia che non sentivo dall’anno scorso, e il marito della figlia tornato con la sua famiglia dal nord. Ogni volta scoprivo da questo giro di telefonate di circostanza, che qualcuno aveva partorito, che con qualcuno non ci si parlava più, e che qualcun altro era perfino morto. Per fortuna ci pensa Mara, alle relazioni sociali. Anche se il suo temperamento irruento, molto spesso, la porta a fare danni. Dopo tutto, però, la cosa mi interessa poco, i parenti sono una vera seccatura, sempre a chiederti favori, soprattutto quando lavori nella sanità.
Franchini mi aveva portato un bicchierino di plastica con un po’ di vino rosso: “Pure se Funelli mi ha detto che non hai partecipato, spilorcio!”, col quale feci un gargarismo, prima di tornare a lavoro. Dopo poco, infatti, la signora Lina si sentì male, stavolta davvero, e per poco non la perdevamo. Mentre le facevo un massaggio cardiaco, pensai che adesso se questa mi moriva tra le braccia, lo festeggiavamo proprio bene, il Natale! E m’avrebbero pure imputato d’essere stato il solito porta jella. E invece la signora Lina non crepò. Ebbe un sussulto ma il suo cuore continuò a battere. Più tardi, Punzi e Cacace si misero a ridere a crepapelle. “Il dottore s’è cacato sotto lui, stavolta!”. Insomma, mi accorgevo piano piano che tutti mi stavano schernendo. Feci finta di non aver sentito. “Che fate, dottò – mi fece Cacace, a muso duro – quando non vi conviene, non rispondete?”
“Statevi buono, che il cuore è debole”
“Il cuore è forte, oggi è Natale. Stiamo tranquilli che non ci succede niente. Ma voi, ancora non ci credete?”
Tutta quell’atmosfera mi aveva messo agitazione. Chiesi a Dorotea di stare in guardia, mentre scendevo giù a prendere un’altra goccia di vino.
“E’ finito, Santo’, ce lo siamo scolati insieme a Babbo Natale!”
“Ma chi, il barbone?”
Anche Franchini e Funelli si misero a ridere di gusto. Persino dal Pronto Soccorso c’era aria di ilarità. Adesso cominciavo a spazientirmi. Salii di sopra, e fu lì che ebbi la visione. Sotto l’albero di Natale, (sintetico, s’intende) c’erano tanti pacchettini colorati. Mi accovacciai per sbirciare, con una scrocchiatina di ginocchia, e mi guardai intorno: ero solo. Presi in mano il pacchetto color oro e lessi “Al cinico Santoro, infermiere dell’Ospedale Ippocrate di Pietramelara, reparto cardiologia”. Che cos’era? Uno scherzo? Certo, più chiaro di così non poteva essere, quel pacchetto era destinato proprio a me.
“We’, alzati di là, quelli si aprono a fine turno!” – squittì Dorotea sopraggiungendomi alle spalle.
“Ma da dove è uscito ‘sto coso?”
“Che? Iamme, vieni di là in ufficio, che ti vogliono al telefono!”
E adesso, chi era? Satana? Mia moglie che mi comunicava di aver litigato con mia madre? O già non si parlavano da qualche mese, e anche questa me l’ero persa? Insomma, presagivo aria di tragedia. E tutto tremolante presi in mano la cornetta. “Pro…pronto? Chi è?”
Una voce stridula e squillante quasi mi perforava un timpano. Era la signora Teresa.
“E’ nato! E’ nato!”
“Chi è nato? Gesù bambino?”
“Oh, Santo’, ma che ti sei scemunito pure tu? E’ nato il figlio del Dottor Smeraldi, che offre champagne e dolci di Natale a tutti quanti!”
“Teresì,stesi placidamente nei lettini del reparto cardiologia dell’Ospedale Ippocrate di Pietramelata, e sbuffai, ridendo sotto i baffi. io qua sto lavorando! E poi, lo sai, sto pure a dieta.”
“ E da quando? Almeno un goccio di champagne te lo faccio portare, no? Mamma mia, non cambi mai!”
E perché mai sarei dovuto cambiare? Io mi stavo bene così. Ritornai al mio posto, mentre Dorotea s’era addormentata di nuovo. Mi affacciai alla finestra che la ragazza aveva spannato con la mano (cosa che, per carità! Non si deve fare mai, ché poi resta la traccia), e vidi la piazzetta di Pietramelara pian piano ricoprirsi di fiocchi di neve. Sembrava proprio un film americano, come quello che avevano dato quel pomeriggio in televisione.
“Dottò, finalmente lo fate un sorriso, e su, che oggi è Natale!”
Mi voltai a guardare i miei pazienti,
“Va bene. Auguri, allora, a tutti quanti! ...e non mi chiamate dottore!”